Analisi di una Rolls Royce vandalizzata (parte 2)

Vedere il mondo attraverso l’auto dei sogni. Non è come comprarsi l’ennesima auto di lusso per andare a fare le gite in campagna con le amanti come aristocratici annoiati nello spleen e non sapere nemmeno fare un lavoro di qualunque tipo perché sono nati nell'agio e non hanno la minima percezione di come vive il resto dell’umanità, di cosa sente il mondo e di che cosa faccia disperare le persone.
La macchina di lusso delle canzoni non è questo!

È un oggetto immaginato e disegnato, messo insieme ad altri oggetti e personaggi che abitano il mondo poetico di una canzone e rappresenta il concentrato del desiderio, è una cosa sognata, che è investita di tragico in quanto è ovviamente il massimo del contrasto con la realtà quotidiana, del dover prendere la metropolitana tutte le mattine presto nello schiacciamento di centinaia di persone stressate e preoccupate come te, ammassate in una solitudine di alito e sudore. E se nelle canzoni si sogna di viaggiare in Rolls Royce è perché chi scrive c’è stato più volte su quei treni e non per gioco ma per necessità, e così l’atto di fingersi milionari o rockstar o uomini arrivati è per il cantautore quella spinta ad impegnarsi per riuscire a realizzarsi, a ‘sfondare’, è uno stimolo a produrre energia, non ha nulla a che vedere col consumismo, e non si muove sul terreno della scala sociale, perché non è un’immagine generata da esigenze di propaganda o di volontà di conquista e dominio. Quindi è chiaro che non c’entra nulla con la questione sociale della differenza tra i ricchi e poveri ma tocca il tema della differenza tra vivi e morti, tra l’azione e l’apatia, la libertà e il sopruso, tra il sogno e la rinuncia.

Tutte le canzoni che parlano dell’automobile o del motore in generale sono un concentrato di tensione nel fare, uno stimolo all’azione - per la propria gratificazione - e in questo si contrappongono alla canzone che tratta la gente in quanto popolo, parlo della canzone sociale o politica. È lì che sta la differenza e la provocazione, proprio quando nel mondo e nell’epoca degli hippy, dei figli dei fiori, delle battaglie per le libertà combattute a colpi di nudismo e raduni di capelloni che ballano nelle pozzanghere, Janis Joplin chiede a Dio di farle avere una Mercedes! Questo è rivoluzionario, questo vuol dire essere veramente geniali e pensare con la propria testa. Solo la forza che permette di nuotare contro corrente è ciò che fa di un’anima ferita un esempio per tutti, un modello nella storia, un faro. Janis Joplin: splenda su di te e da te la luce perpetua, e che riposi in pace. Amen.
E Battiato (che non era ancora eletto nell’olimpo dei grandi nomi ma stava mettendo in atto la sua rivoluzione pop) ci cantava dal suo individualismo morale: ‘le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso’.

Quando l’automobile delle canzoni è il simbolo della gioia e della condizione di appagamento potremmo tranquillamente considerarla un ‘locus amŒnus itinerans’,perché offre la pace e il benessere, identici a quelli offerti dall’ombra del faggio bucolico di Virgilio, con la differenza che oggi quell’albero che è un cosiddetto ‘luogo della poesia’, cioè uno stato dell’arte che incontra uno stato dello spirito che incontra uno stato (luogo) geografico, insomma localizzato, oggi si può anche muovere, d’altra parte è anche abbastanza logico nella poesia un leggero upgrade, dato il gap di oltre duemila anni di scrittura e scoperte scientifiche tra un Achille Lauro e Tityre sub-tègmine fàgi.

In Italia molte sono le canzoni del ‘locus ameno itinerante’ e io intendo cioè non quelle in cui l’auto è protagonista ma quelle ambientate nell’abitacolo, perché sono visioni del mondo filtrate da una lente che è l’automobile e la simbologia che si porta dentro. Nel pop della canzonetta ad esempio ‘Andavo a cento all’ora’ testo di Franco Migliacci (“Nel blu dipinto di blu”, per dirne una che ha scritto…) e portata al successo nel ’62 dall’interprete Morandi, l’auto è connessa all’amore, evidentemente un amore dove c’entra molto la passione focosa, il desiderio fisico, e in un certo senso l’incapacità dell’AUTOcontrollo giovanile che uno psicologo chiamerebbe ejaculatio praecox. Infatti c’è tutto un repertorio delle allusioni di carattere soft-erotic: uno che andava veloce e non dice con cosa ma solo che andava più veloce che poteva, pensando alla sua ragazza.

Quindi non abbiamo necessariamente l’obbligo di pensarci per strada, ma neanche il contrario, infatti gli elementi che abbiamo sono:
1) l’oggetto del desiderio
2) movimento rapido mentre lo si pensa.

Poi abbiamo la fretta della foga nella velocità, il desiderio di baciare una bocca, che è il primo elemento-immagine che vediamo, ed è una bocca in primo piano (che per gli anni sessanta è anche abbastanza audace), vera e propria inquadratura di qualcosa che si vede (fino ad ora avevamo solo la velocità, la serenata, una generica figura femminile) come se ci venisse quindi ‘sbattuto in faccia’, per dirlo poeticamente. 

Per proseguire con un'incapacità di resistenza al punto che in ‘mezzo’ il motore non ce la fa più e scoppia. Ma dai? chissà a cosa allude, mah non saprei, forse stava già facendosi da solo una serenata, del resto, anche il canto a volte non si riesce a trattenerlo…Dopodiché cosa succede? Semplice, una volta che è successo quello che insomma è successo e che il motore che era in mezzo è scoppiato, allora non c’è più fretta, allora si va a piedi, non è che si trova un modo, che ne so, chiedere la macchina in prestito, fare autostop, no, a piedi, anzi, si chiede anche la cortesia di aspettare perché, sai, sono ben cento chilometri! ma che bel furbacchione! proprio simpatica questa canzone.
Il pezzo è di genere ‘ye-ye’, ma è proprio la canzone in cui si dice ‘ye-ye’ (forse la definizione viene proprio da qui? può darsi. Approfondirò).

Anche in Rolls Royce c’è il tema erotico e compare a vari livelli, sia come qui in modo leggero e giovanile ma ovviamente in un linguaggio più moderno, meno ‘mascherato’, anzi per nulla velato come in questa frase “no, non è amore, è un sexy shop” dice proprio: ‘parliamoci chiaro, non facciamo giochi di parole o romanticherie gratuite, di quale amore stiamo parlando, diamo alle cose il loro nome, e allora questo è un sexy shop’.
Molte volte le persone si nascondono dietro a frasi fatte o terminologie edulcorate e dicono ‘fare l’amore’ di qualcosa che non ha a che fare con l’amore ma è desiderio, e in questo non certo meno nobile o meno importante, ma chiamiamolo col suo nome. Noteremo anche un’altra particolarità e cioè che, mentre le altre frasi della canzone spostano un oggetto e lo scaraventano fuori dal suo ambito, posizionandolo oltre il naturale collocamento (non è un drink ma è Paul Gascoigne, non è musica è un Mirò ecc…potremmo chiamare queste figure metonimia/sinestesia), qui invece si fa l’operazione inversa e si ‘riporta a casa’ qualcosa che rischiava di perdere il suo senso, si ritorna quindi all’impatto drammatico con la realtà, che è possibile solo dopo aver detto la frase che è l’accesso alla verità nella canzone, cioè l’elemento che attiva una specie di ‘ora si fa sul serio’ ed è ’no, non è vita, è rock 'n' roll… e non per niente nel duetto l’ho cantata io😈

Leggermente più spinta, anzi parecchio, è la Torpedo Blu di Giorgio Gaber che non essendo un semplice interprete rispetto a Morandi, è padrone dei suoi vocaboli, come me, come Achille Lauro, e tutti quelli che si scrivono le loro canzoni e poi se le portano in scena. Ecco che Gaber fa allusioni non più sul livello solo simbolico ma anche del suono, quindi estetico, del significante della parola e della sua teatralità in quanto parola cantata, nell’onomatopea e nell’assonanza, nell’effetto che ha la parola nella voce e nella bocca, sulla faccia di chi la canta come strumento di lavoro, vero e proprio oggetto di scena. Mi riferisco al testo di “Torpedo blu”, dove si racconta di uno che va a prendere la sua innamorata con questa macchina di lusso, sportiva e sexy, in cui sogna (perché sono solo dei desideri, dei buoni propositi, chissà se forse solo delle vane illusioni) di fare certe cose, che però si può dire già nelle parole faccia, o comunque ci vada vicino. Questo testo della canzone di Gaber sull’automobile è una grande metafora, una maxima metafora, anzi una turbo-metafora, in pratica una max-turbo-metafora. Immagino che in quegli anni debba aver abbastanza turbato qualche animo, turbato al massimo, mas-t….. e magari sono anche gli stessi, oggi purtroppo non più cosi vigorosi, che si fanno le pippe mentali sul testo di Achille Lauro e lo riducono ad una propaganda tossicofila senza saper minimamente parlare né di canzoni né di problemi sociali, ma se la vedranno con me più avanti, per ora voglio restare sulle figure retoriche e l’analisi formale che loro non riescono ad affrontare finché vivono con una lente deformante, e in questo sono loro che hanno le allucinazioni da effetto psicotropo.

Proprio nella migliore tradizione della canzone dell’automobile c’è l’elemento iconografico perché, abbiamo detto, vede il mondo dall’abitacolo dell’auto in cui c’è chi nella vita ha successo, ma poi si tratta di un successo sognato, fantasticato o fortemente criticato in ultima istanza, quindi monito. È il caso di ‘Fame’ di Bowie/Lennon dove il mantra finale ripetuto a loop è “Fame, what is it good for? Absolutely nothing!”, “Successo, serve a cosa? a nulla.” E qui Bowie sta letteralmente e apertamente citando la canzone Soul Psichedelica ‘war’ dei Temptation, gruppo radicale e schierato nella difesa dei neri americani in anni in cui si prendevano mazzate vere e quindi il mister londinese, accusato di nichilismo dagli sciocchi del tempo che scrivevano fiumi di idiozie su di lui, non solo li omaggia facendoci capire le sue influenze musicali, ma sottilmente diffonde un messaggio che si genera dall’associazione dei due concetti: bisogna stare all’erta e non cadere nelle grinfie del mondo che ti dà accesso ai privilegi chiedendoti in cambio di essere suo strumento, perché il teorema è : successo=soldi, soldi=guerra…

FAME+WAR:
what are’em good for

?
absolutely 

—————⚡︎NOTHING⚡︎—————
⚡︎l⚡︎u⚡︎n⚡︎g⚡︎a⚡︎v⚡︎i⚡︎t⚡︎a⚡︎a⚡︎l⚡︎d⚡︎u⚡︎c⚡︎a⚡︎

tornando a Gaber e alla sua macchina spinta in cui vuole ‘venirti a prendere’. Notiamo subito che rispetto alla canzone di Morandi dove c’è qualcuno che ci racconta cosa gli è successo, quindi è tutto già accaduto, mentre fantasticava di una terza persona, qui in Gaber innanzi tutto la cosa sta per succedere quindi ovviamente il brivido aumenta, e poi quell’oggetto del desiderio siamo noi, mica un’altra persona, perché si rivolge a noi cioè a chi ascolta e gli dice ‘vengo a prenderti’. Capite che è ben diverso il tutto e la cosa può veramente avere un effetto ‘turbo’ a questo punto, oppure: chiudiamo bene a chiave prima che questo soggetto arrivi sotto casa.

Perché qui non si conosce se l’oggetto della sua brama è consenziente, manca del tutto nella canzone una qualche cosa che non viva solo nella sua testa, cioè in quella di canta. Anche perché di elementi minacciosi se ne trovano svariati nel pezzo, e ovviamente, inutile dirlo, ma non si sa mai, sto parlando di minaccia in termini di effetto teatrale, di spettacolo, di resa comica, sia ben chiaro, mica che poi qualcuno se ne esca con intelligentissimi titoli come: Morgan accusa Gaber di violenza sessuale poetica in una canzone (in questo caso mi spiace per lui anche se è morto, l’autore potrebbe vedersela parecchio brutta se le accuse del veterano della gang della Rolls Royce dovessero risultare poeticamente fondate, sequestro poetico di torpedo blu, retroattivo, ovvero l’estromissione dai canzonieri compresi quelli già editi, e inoltre dieci anni di lavori forzati alla manutenzione del motore della canzone di Gianni Morandi, che, come si sa ha successo, ed esplode tutte le volte che la canta, scena che peraltro contiene del -poetico- raccapricciante anche solo al primo ascolto n.d.r.).

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Morgan

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