Lettera di Morgan a Roberto Vecchioni

Caro Roberto ti scrivo alle quattro inoltrate del mattino. Ti ho sentito parlare di me in radio come di un figlio, teneramente, ma con la certezza che ciò che mi frena nell’essere realizzato è una grande condizione di disordine. Mi ha colpito e mi ha ferito, cercherò di fare luce e razionalmente in modo sintetico, ma spontaneo, scriverti (alla maniera ormai sorpassata, quella romantica della letteratura, della lettura e della parola sulla carta, si fa per dire, di due amici che vivono a un chilometro di distanza ma che sembra lungo come una vita intera). Cosa mi ha ferito?

Che tu non abbia visto qualcosa di speciale e intelligente nel mio disordine, ma non so se forse ti riferivi ad esempio alla mia frenetica vorticosa  mente o alla mia assurda lotta contro il tempo (che però non è ancora persa, anzi -per il momento- io e il tempo siamo pari, nella quotidiana furia che me lo fa detestare e sfottere e prendere a calci nel culo senza riuscire mai a dargli la lezione che si merita) ma il tempo come sai è uno dei tre mondi della musica , insieme al suono e al tono, e laddove non ci sono costruzione consapevole degli spazi strutturali -che in musica si devono organizzare nel tempo ad archi ampi- e dominio del ritmo interno, che è dato dalla regolarità che ogni singolo minuscolo elemento dentro la misura deve avere, in sincrono perfetto col respiro e con il cuore, non c’è il musicista. Ma tu dici che son genio, e per colpa di mio disordine, inespresso.

Il mio disordine è spesso esagerato, ma solo dove non impegno la mia attenzione, come ad esempio nei cassetti dei vestiti o nei bicchieri sparsi in giro per la casa. Tra i miei libri, invece, e i miei vocaboli, allora dovresti proprio vedere che ordine che c’è, ma più che ordine, che voglia di trovare un ordine che sia tanto poetico quanto quello che esso stesso contiene e colleziona. Per me l’ordine è il saper formulare un pensiero che si comprende quando è rivelato, per me l’ordine è sapere che dopo una bella chiacchierata capitata per caso io faccia tesoro e porti dentro informazioni nuove e inaspettate, e dopo dieci anni rincontrare la persona, ancora per un caso, e ricordarmi di lei e salutarla col suo nome. Ma solo dopo, non prima e non durante. L’ordine è la successione degli eventi e di tutte le parole che stanno sulla metrica giocando eppure conservando sia il senso che il sentire, insomma l’ordine è saper dare valore, una scala di priorità, l’ordine è tenere a freno le pulsioni basse quando sarebbe troppo facile liberarle. E io ho queste qualità, perché mi muove una pietà che tu sai bene intercettare e frequentare, perché anche la tua, che ti distingue e ti eleva agli occhi miei, ma anche a quelli dell’intero mondo che hai intorno, quello che ti ha capito e amato.

 

Morgan e Roberto Vecchioni (Sanremo)

Foto di Luca Stardero

Io ho sofferto perché nonostante il mio ordine interiore e il disordine esteriore (che è anche il pregio di un artista o di una persona sensibile e creativa), le persone a cui ho chiesto qualche volta aiuto affinché mi completassero laddove io mancavo, come ad esempio nelle cose pratiche o nei conti della spesa, mi hanno preso come se fossi  un ennesimo datore di lavoro e hanno fatto schifo, approfittando, “assalto alla diligenza”, quando c’era da intascare, poi dicendo buonasera quando era da  impegnarsi per ricominciare, e stupidi e irriconoscenti non hanno mai guardato a come io invece li rispettassi in modo assai diverso da i padroni e i dominanti, con la dolcezza di non rimproverare o fingendo di non sapere quello che li avrebbe fatti vergognare. Come puoi non dire che se il mio disordine è un freno al mio meritato riconoscimento o alla dignità di cui vengo privato, perché sono trasparente, lo è perché in giro è pieno di ignoranza e di vigliacchi? E che se vivessimo tra i versi di una storia di Rodari o in un film di Charlie Chaplin io sarei il fiore accarezzato? I fiori son disordinati? Sì, forse. Ma solo quando, dopo che sono calpestati, arriva il vento e tutti petali staccati, disuniti, vengono sparsi sparpagliati per il prato, e se vedo questo, in questo ordine di causa effetto e priorità del sentimento: prima piango ma poi vedo che si mischiano alle altre naturali forme di esistenza vegetale, in una specie di aleatoria corsa a rimaner per terra e farla in rima in barba al vento e nella terra con la pioggia penetrare per rinascere qualcosa che non riesco ma non oso neanche punto immaginare.

Ciao ti voglio bene che sei come un papà, ma meglio di mio padre, almeno tu sei qua, a far da esempio,

Marco

Morgan e Robert Vecchioni

Comments powered by CComment