ZERO, ovvero la musica del principio

Era il 1998 e avevamo in mano, finito, il nuovo album. Assurdo, a tratti fastidioso, a tratti tragico, a tratti incomprensibile anche per noi che lo avevamo realizzato. Avevamo registrato in tutti i modi possibili, con tutte le tecniche disponibili. Ovunque, in luoghi diversi, ci piazzavamo e lavoravamo: dal bunker di Monza sotto casa Castoldi, totalmente insonorizzato a prova di guerra nucleare, allo studio  ipertecnologico e digitale di Pinaxa che sincronizzava in tempo reale qualsiasi cosa avesse un LFO in cui processare il suono vero e restituirlo sotto forma di arpeggiatore, agli studi vintage di Pagani completamente acustici e valvolari in cui passavamo le nottate a fare percussioni anche dei lampadari, con ogni tipo di macchinari nuovi, sistemi appena usciti rivoluzionari di hard disk recording, campionatori ermafroditi che ri-campionavano i suoni disintegrandoli, da primitivi pro tools pre-intel perfettamente stabili e centinaia di plugins. Ma soprattutto il computer Atari, ancora in vita, ancora master del ritmo e delle programmazioni elettroniche: una bomba insuperabile come sistema MIDI.
 
Bluvertigo - Zero
 
Non me ne potevo distaccare, lo usava anche Alan Wilder. Erano anni di grandi dischi, di grandi sperimentazioni, di produzioni che spaccavano lo standard: Outside di David Bowie, Zooropa degli U2, The First Day di Sylvian Fripp ma soprattutto Songs of Faith and Devotion dei Depeche. E poi i Nine Inch Nails, Trent Reznor, i Radiohead, e i capolavori di Peter Gabriel: dischi pesantissimi, dischi acidi, scuri e multistratificati, dischi lunghi, dischi da ascoltare negli anni. Un momento, Battiato dov’era? Cosa faceva? Avevo appena finito il disco con lui, Gommalacca, che figata. Noi suonavamo tutti i giorni o live o in studio, e avevamo ancora il furgone rosso, io mi dividevo tra il tour di Metallo non Metallo, il disco di Battiato e i provini di Zero. Sono come sono l’avevo già scritta insieme ad Altre forme di vita, ma poi non l’avevo continuata. Ora ci avevo aggiunto la samba e l’idea della parte prog centrale, ovviamente tutto con l’Atari, e quello era ok. 
 
Soprappensiero era talmente elettronica e stucchevole che un giorno ho spento il computer nauseato, ho preso una chitarra classica e l’ho suonata. Incredibilmente aveva preso vita, esisteva! Nell’album ci finì la versione elettronica che mi ero messo in testa di fare, tutta con il Supernova e il suo sistema di arpeggiatore multitraccia. La maggior parte dei testi erano stati scritti da me sotto forma di poesie e pubblicate in un libro per Bompiani l’anno prima, dal titolo "Dissoluzione". Fu un best seller ai tempi. Con l'editor della casa editrice Elisabetta Sgarbi studiammo la maniera di fare disgregare il libro rilegandolo in modo caduco. Però fu quel libro che fece avvicinare me e Battiato. Lui mi disse: “Sai mi piace molto, dovresti cambiare mestiere. Ma tra qualche mese, prima produciamo il disco di Juri, io e te, come abbiamo fatto Gommalacca”.
 
Io volevo fare quella cosa, ma avevo la testa su Zero, non potevo fare tutto. Però lo feci perché dissi a Battiato: “Che ne dici di chiamare i Bluvertigo a suonarlo?”, mi rispose: “Ottima idea!”. Così, dopo aver fatto i provini a Catania a casa sua, (lui programmava con Cubase all’epoca, aveva sia Atari che Mac ma ormai usava solo il Mac, era assurdo come componeva lui, completamente diverso da me: buttava nel sequencer delle note velocemente e poi lo metteva in loop e correggeva ad una ad una quelle che non gli piacevano; una sola correzione si spendeva per nota, dopodiché diceva ok, ora è giusto, e da lì si costruiva l’arrangiamento sopra ed io entravo in azione. Linea di basso, loop di batteria, riff di chitarra, delirio di synth, lui gli archi.
 
Fatta la pre-produzione a Catania saliamo a Milano dove ci aspettano in studio i Bluvertigo. Insomma fu tutto fantastico. Ma la cosa importante fu che quando arrivò il pezzo Zodiaco, lì successe qualcosa che ci raggelò il sangue, non so come diavolo uscì fuori quella cosa, forse un po' Livio, forse un po' io, forse Pinaxa ma fatto sta che quando riascoltammo la chitarra di Zodiaco all’unisono la reazione di tutti fu "porca puttana". 
 
Io dissi: "No, No, No, questa cosa qua Juri non serve, non è il caso, io avevo capito che quello era Zero, quello era il sound, quello era il genere, quello era il modo, quello era tutto era il nuovo disco ma soprattutto era la nuova era dei Bluvertigo, quindi non feci  lo stronzo, non dissi che per Juri non andava bene, anzi lo chiamai a raccolta e con calma gli spiegai: "Juri è venuta fuori una cosa sul tuo pezzo che è molto forte, ti chiedo di lasciarcela estrapolare e usarla nel nostro disco ma proprio questa, non una cosa rifatta, devo usare questa, posso?" 
Ma che problema c’è, Morgan, è vostra, fate quel che volete!
 
Lì non nacque Zero, in fondo erano anni che scrivevo certi pezzi come Punto di non arrivo o La comprensione,  e poi i testi erano già quasi tutti stati pubblicati ancora prima che sapessi cosa farne se cantarli e come, ma lì nacque il suono di Zero, lì nacque la precisa sensazione che tutto era molto chiaro, era ovvio che quella era la strada, quello era il sound, e quello era il riff, da lì fu tutto molto semplice per me, tornai a casa presi il primo testo che mi capitò in mano dalle pagine staccate del libro, e mi misi a cantare improvvisando un testo lunghissimo e articolato su quel campione di chitarra in loop. Era Zero. 
Io è un altro (Rimbaud) lo zero non esiste (Kaplan) niente è nulla (Parmenide) tutto è mio (Sgalambro). La questione è l’interesse nelle cose (Morgan) z.e.r.o. il messaggio è conservare bottiglie vuote (Woody Allen) Z.E.R.O. 
Ancora si chiamava nella mia testa e sui miei quaderni “La musica del principio” perché ognuno dei pezzi dell’album avrebbe dovuto avere un “principio costitutivo” all’inizio, delle regole da osservare che descrivevano il suono e il pezzo prima di farlo, prima di scriverlo, prima di realizzarlo. Per alcuni mi riuscì. Ecco un esempio di principio:
 
Brano 1:
Velocità rock. tutti i suoni dovranno essere generati dal segnale elettrico puro e poi modulato una volta campionato, inclusi tutti i rumori che può generare uno strumento musicale a contatto con l’elettricità, ma non se genera il suo suono, soltanto se produce disturbi o ronzii o segnali pesantemente distorti ottenuti senza pedalini o multieffect, semplicemente prodotti da un eccesso di guadagno in entrata. La canzone dovrà essere musicalmente blues e non avere altro che accordi e melodie blues. Sarà un inizio minimalista dove il primo rumore sarà seguito da una somma di rumori in progressivo sovrapporsi fino a giungere alla saturazione totale dello spettro sonoro a quel punto entrerà irrompendo band e come terza e ultima sezione una coda psichedelica tecno ottenuta con materiale estratto dalla parte precedente, tagliato e rimontato che sarà in crescendo e tutti i loop saranno ribattuti con dei Delay a tempo ed in feedback, nella coda nulla sarà rieseguito ma tutto deriverà da materiale della prima e della seconda sezione del pezzo tranne le voci. Dalle sessioni vocali verranno isolati i respiri, campionati e organizzati in pattern che avranno funzione di griglia ritmica.
 
Morgan, settembre 1998 la musica del principio, brano 1
 

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